Il gruppo


Marco Spiccio

(pianoforte – voce)

Sanitario ricercatore, lui un patrimonio lo cerca per finanziare un progetto ambizioso ma semplice: cambiare il mondo.

Cercare di descrivere Marco Spiccio con queste poche parole è come tentare di fermare il vento usando un retino da farfalle.
Il volto rubicondo, l’animo instabile e passionale, la barba grigia ed incolta, Marco affronta il mondo spedendo il proprio sguardo in avanscoperta, con gli occhi sporgenti quasi ad afferrare ed aggrapparsi alle cose intorno che lanciano raggi perforanti e mortali come un laser. Ma dagli occhi partono anche le saette, meno incisive ma forse più letali, della passione, tanto che tra le rappresentanti del gentil sesso è ormai divenuto proverbiale il suo famigerato sguardo spermatico (!?!).

Marco è stato il primo a farmi capire che cosa sia un musicista, e lo ha fatto a modo suo, senza rendersene conto. Reduci da una di quelle nostre cene che si risolvono in banchetti dionisiaci e baccanali, parlava con la passione, il fervore, la follia, e la pesantezza che solo lui sa usare, e i suoi concetti uscivano goffi e claudicanti, a tratti mortificati. Fatto oggetto del nostro dileggio, e soprattutto reso bersaglio del lancio di oggetti contundenti, si è offeso e risentito, e sedendosi al piano con il broncio di un bambino privato del ciuccio ha lasciato le dita pascolare liberamente tra i tasti. Non è facile spiegare perché tutti siamo rimasti in silenzio ad ascoltarlo, ma soprattutto è quasi impossibile far credere come davvero in quegli istanti le parole lacerate ed incomprensibili di pochi istanti prima si fossero tramutati in una lettera appassionata, in un messaggio più vero e reale.

Marco per me è questo, corretto e quasi colto, ma goffo tra lessico e sintassi, riesce a parlare con gli occhi invasati e le dita agili. Insegue continuamente suoni e note, e se non ascolta distratto è perché si è perso tra le pieghe di qualche nuovo arrangiamento.

Ha un senso commuovente dell’ospitalità: trova una sedia ed un bicchiere per chiunque, anche quando le presenze numeriche sembrano proibitive, e non lascia uscire nessuno senza averlo scortato fino all’ascensore (sono famosi i suoi discorsi per la tromba delle scale) e senza avergli aperto il portone.

Ha le sue idee grandiose ed utopiche, ma a differenza di molti lotta fino in fondo per realizzarle (ovviamente poi i successi sono rari, ma qualche volta strappa un pareggio). Cerca di leggere il futuro tra le pieghe delle riviste americane per guadagnare terreno e trovarsi in testa nel momento giusto. Certo, qualche volta sembra più che altro che legga i fondi del caffè, e le sue previsioni potrebbero essere uscite da una sfera di cristallo più che dal Times, ma intanto ha il sorriso, la forza ed il coraggio dei folli, ed è il nostro insostituibile, indispensabile ed immarcescibile Don Chisciotte…

(Marzio Angiolani)


 

Franco Boggero

(pianoforte – voce)

Storico dell’arte, noto come “Indiana Bo” per le sue vacanze “no limits” è alla ricerca di patrimoni artistici da salvare.

Franco è una sorta di fumetto, un personaggio d’altri tempi e d’altri luoghi, inventato dalla fervida fantasia di qualche autore umorista inglese del secolo scorso, e scaraventato oggi a Genova, in Italia, nel mondo per uno strano cortocircuito tra le maglie del destino, o per uno scherzo giocoso dell’Ingegnere del Piano di Sopra.
Occhialini tondi, farfallino scuro e camicia bianca, mentre ti parla strizza gli occhi ed alza le sopracciglia, cambia le inflessioni della voce, muove le mani con continuità ma anche con moderazione, insomma interpreta i personaggi, disegna situazioni e quadretti senza mai perdere per un solo istante la compostezza e l’equilibrio del gentiluomo.

Forse non ne è neppure troppo consapevole, ma quando racconta ha uno straordinario talento comico, probabilmente proprio grazie ai suoi piccoli tic, al modo in cui muove le mani e le sopracciglia in un’unica danza ritmata, ma soprattutto grazie a quelle lenti tonde che lo separano dalla realtà, e la deformano, la stravolgono, la rendono divertente.

In virtù della propria ironia e delle piccole nevrosi che coltiva amabilmente come i vasi del suo terrazzo, riesce a leggere e raccontare l’ironia e le piccole nevrosi della vita. Come nelle sue canzoni.

Bisogna però ammettere che ha una personalità un po’ complessa. È il tipico generoso che non bisogna troppo istigare, perché capace di reazioni temporalesche e di ire fulminee, anche se passeggere. Sembra al primo sguardo riflessivo e compassato, ma in effetti è capace di slanci impensabili, di tuffi spericolati e voli senza rete. Come quando ha ripreso a suonare e cantare dopo vent’anni di inattività, e si è poi unito a Spiccio e Forin per provare a costruire qualcosa di più importante.

Ha un mestiere che porta addosso con la naturalezza con cui porta le sue camicie usate: è storico dell’arte per il Ministero dei Beni Culturali, ma è di quegli storici dell’arte che viaggiano con il loro zainetto attraverso piccoli paesi dell’entroterra e antiche chiese sconosciute, per curare restauri e mostre, ma soprattutto per cercare l’arte dove appare più vera: in mezzo alla gente, agli assessori di un minuscolo comune che parlano solo il dialetto, ai sindaci che ti ringraziano con una bottiglia del loro olio, cercando di restituire l’opera alle persone che l’hanno sotto casa, così che il restauro di un Canavesio può diventare motivo di una grande festa di paese, tra focacce, fave e bottiglie di vino buono.

Se poi volete incontrarlo, basta che lo cerchiate nei ferramenta dei vicoli o dai falegnami nel centro, con in mano un bigliettino fitto di misure in centimetri ed idee strampalate (l’ultima è un grande vassoio sospeso sulla testa di chi sta in cucina – ribattezzato dai maligni Alabarda Spaziale o Spada di Damocle -, per metterci pentole e tegami. Noi, terrorizzati, abbiamo provato a dissuaderlo, invano). Già, perché il nostro Franco sembra aver finalmente trovato l’anima gemella, Marianne, ed ora è tutto intento a costruire il nido per la coppia. Quindi se doveste mai invitarlo, attenti che non esca da casa vostra con una mensola o un divano nel becco. A noi è già successo!

Intanto, però, lui resta e resterà per sempre il nostro Gentleman…

(Marzio Angiolani)

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